Cos’è l’avanzo commerciale e perché in Italia non è mai stato così alto

Il Made in Italy traina la ripresa e porta il nostro Paese a chiudere il 2016 con un avanzo commerciale record di 51,6 miliardi di euro, in crescita di quasi 10 miliardi rispetto all’anno precedente.

Cos’è l’avanzo commerciale? E’ una situazione nella quale i beni esportati superano i beni importati. Quindi vuol dire che nel 2016 il valore dei beni esportati dall’Italia ha superato di 51,6 miliardi il valore di quelli importati.

Quando invece l’import supera le esportazioni, parliamo di deficit commerciale. Un avanzo commerciale non è sempre una buona notizia. Potrebbe essere spia di un calo della domanda interna. ​

In un periodo di recessione, minori acquisti di prodotti esteri sono spesso legati a una flessione dei consumi. I numeri dell’Istat dipingono ora un quadro differente. Negli ultimi due anni era stata infatti la ripresa della domanda interna a sostenere la manifattura.

E il balzo del 6,6% segnato dalla produzione industriale a dicembre, con il senno di poi dei dati sul commercio di giovedì, racconta che al volano della spesa domestica si è aggiunto un balzo della domanda estera, dopo la contrazione del commercio internazionale che aveva caratterizzato un 2015 di crisi valutarie e frenata dei mercati emergenti.

L’Italia esporta di più perché esporta meglio
Tendenza quest’ultima, non ancora del tutto invertitasi. Proprio per questo il dato colpisce: la bilancia commerciale italiana tocca l’avanzo massimo dal 1991, anno di inizio delle serie storiche, in un periodo che vede stagnare gli scambi internazionali e i venti del protezionismo tornare a soffiare.

Il Made In Italy vince quindi la sua scommessa: puntare non sulla quantità ma sulla qualità di beni a “domanda rigida”, che avranno sempre mercato. E senza le importazioni di energia il surplus sale addirittura a 78 miliardi.

Un successo che arriva in una congiuntura mondiale difficile
Questi numeri, ha sottolineato il sottosegretario allo Sviluppo Economico, Ivan Scalfarotto “confermano un export italiano in ripresa nell’ultima parte del 2016, in un anno particolarmente difficile per gli scambi a livello globale”. “Le nostre esportazioni di beni hanno raggiunto il livello record di 417 miliardi, in crescita dell’1,1% rispetto al 2015, mentre le importazioni sono scese dell’1,4%”, prosegue Scalfarotto, “anche il saldo commerciale fa registrare un nuovo massimo, toccando i 51,6 miliardi: il 2016 è stato un anno caratterizzato da crisi e instabilità, nel quale abbiamo comunque continuato a crescere.

Nel complesso l’export si conferma la componente più dinamica della nostra economia: le nostre imprese fanno bene in settori a medio-alta tecnologia, oltre che nell’alimentare e nella moda”. Un altro dato da incrociare con i numeri della produzione industriale, che hanno visto settori come l’elettronica compensare la frenata del tessile. Vento in poppa anche per l’agroalimentare: le esportazioni sono salite del 4% a 38,4 miliardi di euro, un altro record.

Le esportazioni trainate da Germania e Giappone 
Rispetto al 2015, l’export è aumentato del 5,7%, del 7,3% considerando solo l’area comunitaria. I mercati che hanno aumentato di più le importazioni di prodotti Made in Italy sono stati

Giappone (+9,6%),
Cina e Repubblica Ceca (+6,4% entrambe),
Spagna (+6,1%) e
Germania (+3,8%).
Numeri che compensano il continuo calo della domanda dalla Russia, legata al perdurare delle sanzioni economiche: l’anno scorso le esportazioni dirette verso la federazione sono scese del 26,3%.

Le categorie di beni che hanno registrato la maggior crescita delle vendite sui mercati esteri sono gli articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (+6,8%),
gli autoveicoli (+6,3%), i prodotti alimentari, le bevande e il tabacco (+4,2%).
Di particolare interesse la crescente importanza del mercato tedesco che, nel solo mese di dicembre, ha aumentato del 10,3% gli acquisti di prodotti Made in Italy. Un dato che arriva dopo il massimo storico delle importazioni italiane di beni tedeschi toccato lo scorso settembre. L’interconnessione commerciale tra le due grandi potenze manifatturiere dell’Eurozona è quindi sempre più stretta.

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