La Sicilia tra giacimenti petroliferi e culturali, quasi una provocazione

( di Giuseppe  Salmè) – Dopo l’annuncio della ripresa della ricerca petrolifera in Sicilia si è accesa,o meglio riaccesa, una vecchia polemica fra chi pensa che la vera ricchezza di quest’isola sia il retaggio tramandatoci dagli Antichi: segni,orme, oggetti di culto, eccelse opere di grandi artigiani, monumenti ,testimonianze di rapidi passaggi o di lunghe permanenze, il tutto incastonato in un paesaggio unico al mondo .E chi ritiene che la ricchezza stia nel sottosuolo, lì, basta solo allungare la mano raccoglierla e portarla alla luce.

   Hanno torto gli uni e gli altri, ovviamente.

 Ma attenzione ad inoltrarci con la testa per aria nei giardini incantati dove si trovano quegli oggetti misteriosi chiamati beni culturali.

Potremmo provocare uno sconquasso, come avvenne negli anni ottanta.

Ricordate? Il PSI era al governo.Craxi governava, come un Cesare illuminato, il suo partito e il Paese, mostrando a platee plaudenti fasci di rose rosse Ad un certo punto della storia, uno dei tre centurioni che gli assicuravano il controllo delle sezioni e dei voti, partorì l’idea dei giacimenti culturali, sostanzialmente per fare un dispetto al collega ministro delle Partecipazioni Statali, che proprio allora imparava a masticare di giacimenti petroliferi, piuttosto che per intima convinzione

A quel tempo la parola d’ordine fu: macché giacimenti petroliferi. La vera ricchezza d’Italia e del sud sono i giacimenti culturali.

Una schiera di degnissime persone, un gruppetto di personaggi meno degni ma più furbi, e qualche poeta, scavalcarono gli esili confini dei giardini incantati alla ricerca di codesti benedetti giacimenti culturali.

Erano lì da secoli quegli oggetti misteriosi. Goethe, Brydone, Houel, ed altri cronisti li scoprirono, viaggiando a cavallo o in lettiga. Ne scrissero, seduti sul duro marmo delle colonne elleniche di Agrigento e Selinunte.

Dopo; centinaia, migliaia, di loro compaesani, sciamarono in punta di piedi, sulle colline di Ercolano e di Pompei, saltarono i gradoni dei teatri di Siracusa, di Taormina, si inerpicarono con fatica sino al basamento delle colonne dei templi, ad Agrigento, a Segesta. A Selinunte rimasero incantati di fronte al cimitero di colonne.

Tant’è. Negli anni ottanta dell’era craxiana si scoprono i giacimenti culturali.

E si cominciò a spendere.

Un mare di piccioli.

La Cassa per il Mezzogiorno, istituita per finanziare il riscatto del sud, finanziò porticcioli turistici, sbarramenti costieri, migliaia di casupole gabellate per villaggi turistici; cementificò argini. impiantò ettari di leguminacee sugli scavi delicatamente aperti da Paolo Orsi e da Biagio Pace, distese tonnellate di asfalto sulle dune di sabbia di Camarina.

Un vero disastro.

In barba alle persone degne e in buona fede, il gruppetto dei furbastri era entrato con le scarpe chiodate fra la cristalleria di famiglia

Tutto questo è detto non per negare la validità dei ragionamenti di chi sostiene che il nostro patrimonio culturale va messo a valore, ma per avvertire o meglio per ricordare che un sistema economico e sociale di un paese, di una regione. non può giocarsi tutto su una sola carta.

Le economie monoculturali hanno i piedi d’argilla In quest’epoca di globalizzazione delle fonti di produzione, di mobilità immobile delle tecnologie informatiche, di rapide mutazioni delle stagioni e delle accumulazioni di ricchezza, di flussi incontrollabili di popolazioni migranti, il futuro di un sistema paese o regione si fonda sullo sviluppo condiviso controllato, sostenibile, armonioso.

Il che è difficile, di lungo periodo e, in fondo, di grande forza culturale.

 Giuseppe Salmè

Redazione

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