Tra Italia e Libia intrecci miliardari

L’anno scorso la Libia è stata il terzo fornitore di gas dell’Italia, insieme all’Algeria e alle spalle di Russia e Norvegia. Il gas libico, trasportato attraverso il gasdotto sottomarino Greenstream, copre circa il 12%  del fabbisogno  italiano. Nel settore del petrolio, nel 2014 la Libia si è piazzata invece al sesto posto tra i nostri fornitori, in una  classifica guidata anche in questo caso dalla Russia.
Sia l’instabilità libica sia la crisi nei rapporti  con Mosca possono avere dunque importanti ricadute  sull’approvvigionamento energetico  del nostro paese.
In Libia ha forti interessi industriali l’Eni, che è lì dal 1959 ed è storicamente la maggiore compagnia internazionale operativa nel paese. I combattimenti in corso dal 2011,  gli attentati agli oleodotti  e ai siti di stoccaggio,  per ora non hanno prodotto danni irreparabili  all’integrità delle installazioni energetiche libiche.  Ma un’analisi dell’Istituto Affari Internazionali  firmata da Nicolò Sartori non esclude che l’offensiva del cosiddetto  “stato islamico” possa  determinare un blocco totale del settore energetico libico.  Così come non è da escludere che le milizie possano cercare di mantenere operativi i giacimenti che dovessero cadere sotto il loro controllo. Come sta d’altra parte accadendo in Iraq, dove l’Isis si finanzia vendendo  il greggio sottocosto ad acquirenti senza scrupoli.
Ulteriori aspetti dell’intreccio  d’affari tra Italia e Libia sono le commesse delle nostre imprese – da Salini, a Sirti ad Agusta – ora congelate. E le azioni possedute da fondi e banche libiche in aziende italiane di prima grandezza come Eni, Finmeccanica  e Unicredit.  Valgono una fortuna e di fatto non si sa a chi appartengano.

(Fonte: 9 colonne)

Redazione

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