Agricoltura, chi salverà la Sicilia dalle importazioni? Chiarello: servono leggi chiare

chiarelli_alessandro_coldirettiPalermo – “L’agricoltura può salvare la Sicilia, francamente in questo momento non vedo altri settori trainanti: la Fiat ha lasciato Termini Imerese, la produzione di idrocarburi ha devastato la metà delle nostre coste. Ma servono leggi chiare in Italia e in Europa a tutela dei prodotti siciliani”.

Il richiamo, forte e dal sapore battagliero, arriva dal presidente di Coldiretti Sicilia, Alessandro Chiarelli, che in una lunga intervista all’ITALPRESS traccia le linee guida per il rilancio del comparto agricolo nell’isola “che già oggi, nonostante tante criticità, è fra i settori più in salute con un trend in crescita e grande richiesta di manodopera”.

“Nella nostra regione ci sono oltre 200 mila ettari coltivati a bio – dice Chiarelli – ma i nostri prodotti non bucano commercialmente perché, pur essendo un brand noto, vengono continuamente mistificati e inquinati. Senza dimenticare il fenomeno del cosiddetto Sicilian sounding (che si potrebbe tradurre con “quel che suona siciliano”), ovvero la pirateria alimentare. Manca soprattutto una seria normativa a livello europeo per rintracciare le importazioni e la filiera ma in Europa non ci ascolta nessuno perché non siamo capaci di mandare a Bruxelles i nostri migliori statisti. Ora come ora è facile spacciare prodotti taroccati per autentici, basta scrivere su un cartoncino che quelle date arance vengono da Ribera. Chi controlla?”.

“Le importazioni ci danneggiano – continua Chiarelli – perché spesso tutto quello che importiamo con un gioco delle tre carte diventa siciliano. Ho scoperto che una nota azienda casearia esportava in Giappone una mozzarella spacciata per siciliana ma prodotta in un laboratorio tedesco. Siamo alla follia. Non c’è settore che non soffra queste ingerenze. Si pensi al vino: nel Nord Europa non hanno l’alto grado e per ottenerlo fanno lo zuccheraggio, che per noi è una vera e propria sofisticazione. Avevamo proposto l’utilizzo del mosto concentrato per creare uno sciroppo di zucchero naturale ma in Europa abbiamo trovato un muro. Situazioni simili si replicano su altri prodotti, come il latte o il succo d’arancia, per realizzare il quale spesso si mischiano arance provenienti dal Sud America o da altri continenti. Sapere da dove viene il succo che beviamo diventa impossibile. Anche lo Stato è incappato in questi errori: qualche anno fa è arrivato a finanziare un’azienda che produceva il pecorino sardo in Romania”.

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